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Giovanni Schiavone Poesia Poetry

Sacrificio di Lucifero

 

I

 

Lucifero era disfatto.

 

Esalava dalle cave del mondo

Tra rocce e rovi.

Polveroso e stanco il respiro

Come se marmo fosse l’aria.

 

Null’altro era fosco.

Taceva l’enigma altrove da lui.

Altrove, una certezza echeggiava:

Deve cadere Lucifero.

 

La pioggia intrecciava i fili d’erba sulla terra.

Fredda scendeva in superficie,

E certa, senza vacillare, gli mostrava

Quand’avevano deciso: lui dormendo.

 

E ghiacciava. Era bianco

Il messo che il proponimento gl’illustrava.

Un oltraggio sembrava da quel suono

Apprenderlo: misera e spoglia era l’ambasciata.

 

Ah! Lucifero deve cadere.

Egli allora pensò, ma contorti erano

I mosaici della sua mente,

E non avevano redini e nitrivano.

 

E colavano dagli occhi, dal teschio.

Colavano sulla terra.

Nella terra.

Dentro, ne bevvero le radici dei pini.

 

Nacquero foglie aguzze e cupe, su cui non più

Avrebbe la primavera brillato.

Affini al notturno, semi di uno scempio a venire,

Come strali di piombo intinti.

 

Sospirò dunque Lucifero, accaldato e sfatto,

Ma ancora cosciente, e il messo voleva cacciare

Con un gesto della mano possente, senza poterlo.

Gridò, chiese dell’aria, gridò che gli dessero tempo.

 

E con le mani s’accarezzò le tempie

E dall’ombra che attorno si srotolava

Vide in alto l’immensa strada del suo salto:

Veloce più della Scaturigine era disceso.

 

Poiché i progetti di dio, i di lui occulti segreti,

E quanto di maestoso vi sarebbe stato sulla

Pelle del mondo – anche malfermo tra le

Scapole – egli lo aveva veduto.

 

Da quello sguardo di folgore era tornato adulto

Come la vergine dopo il primo amplesso.

Languidi gli occhi, con un abbozzo di sesso,

Inebriato e pieno di compiacenza.

 

A lungo e di nascosto, appena sussurrando

Nell’incavo del tronco, Lucifero aveva meditato,

Abbagliato da quel che doveva venire.

E potente era stato.

 

Onore e gloria aveva inneggiato per dio

Nei salmi suoi accalorati.

Grande il giaciglio dell’innamoramento

Sugli oceani del cosmo aveva steso e contemplato.

 

Lucenti le ere della sua devozione.

 

II

 

Ora era disfatto.

 

Esalava dalle cave del mondo,

Tra rocce e rovi.

Polveroso e stanco il respiro

Come se marmo fosse l’aria.

 

Mentre dormiva avevano deciso:

Lucifero deve cadere.

E dall’interno suo che piangeva

Sorgeva un Lete di disperazione.

 

Gli occorrevano clessidre

Da capovolgere all’infinito

Per accettare dell’Inferno le chiavi.

Ma premevano araldi ancestrali

 

Affinché egli presto chinasse le menti.

E non gli davano tempo,

E lo mettevano in ceppi.

Eruttava d’angoscia tra monti d’argento

 

Poiché squame vicine erpicavano

Il campo della sua perdizione.

Ora vedeva l’obliqua trama che tutto sottende,

Ora scorgeva il mare scuro che arriva dall’Oltre.

 

Dalla pelle volle uscire

Poiché era storpio, e scorze

E croste s’innalzavano sul dorso

Del suo involucro maledetto.

 

Ah! Lucifero… Ma gl’intimavano

L’abiura del nome: e le membra si sfaldavano

Perché altro corpo in disparte l’attendeva.

Altro nome lo investiva.

 

Lucifero, limpido specchio privo di enigmi,

Si disfaceva sotto condanna.

E la ragione del suo essere,

Vorticosa nel cosmo irrequieto,

 

S’estingueva in un singulto:

Sacro, un giorno, ma dopo mille Crocefissi,

Tentacolari aberrazioni, labirinti nelle ere,

E dopo salti oltremondani.

 

Sacro. Rigettare con orrore

Ogni orrore della Terra.

Sacro, un giorno. Sacro Lucifero

Dopo l’Inferno aver tenuto

 

Nel suo pugno di calcare,

Nella schiena attorcigliata…

Vide allora l’Aborrito l’albeggiare marcescente

A lui accostarsi dal delirio senza posa.

 

Cadere, Lucifero, per empire le viscere d’Inferno.

Cadere nel sordo smarrimento d’un’eterna

Pestilenza, affondare con orrore nell’orrore del Mistero.

Affinché somma potenza possa venire.

 

III

 

Ma ancora esitava Lucifero, malgrado già prono,

Della speranza mutilo. E con gli occhi suoi in rovina

Alle nubi rivolgendosi, urlava:

«Per chi?».

 

La Carità l’impianto dei Cieli scompigliò.

E dalle stelle d’ogni dove, quintessenza

Venne estratta, d’oro forgiando un contorno.

Lo vide Lucifero, e ne fu dissolto.

 

Seppe d’un tratto del contorno il senso, seppe

D’un tratto che era dell’Uomo, seppe dell’Uomo

Ogni atto eterno. Da eterna coscienza scorgendo

Ogni tempo, seppe dell’Uomo d’un tratto il senso.

 

Smisurata nel drappo dei mondi

Una voragine compose,

Guardando…

Infine si fece cadere.

 

Alexandre Cabanel, L’angelo caduto (1868)

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