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Annunciazione

  Jean Blaise aprì gli occhi in uno spazio aperto e soleggiato che gli parve l’atrio di una basilica. L’ingresso era ornato da un protiro sorretto da colonne in stile corinzio, colme di foglie azzurre e gialle. Il colonnato del portico era formato da cariatidi nude così perfettamente scolpite da sembrare vive, ciascuna delle quali differiva dalle altre poiché colta da un’estasi esclusiva. Le volte a crociera erano affrescate con immagini di antiche battaglie. In ogni scena vi erano commenti in copto.

  Il Sole era a picco e vigoroso, perché era mezzogiorno. Al centro dell’atrio, un cantaro esagonale in marmo, altissimo e lucente, sulla cui tettoia si stagliavano le sculture di un serpente e di una donna nell’atto di accoppiarsi. Bassorilievi dello stesso tema comparivano su ciascuno dei sei lati della vasca.

  Jean fu ghermito dal rintocco di una campana, ma non scorse il campanile.

  Si sentì chiamare. Nel cantaro, immerso nell’acqua, Gabriele Selenio. Lo guardava. Uscì dalla vasca. Aveva indosso un vestito di lamine d’oro che lo copriva dal collo alle ginocchia, luccicante fino ad accecare, e una spada al fianco. Jean sì riparò gli occhi.

      – Lascia che brucino – sussurrò Gabriele.

  Jean contemplò l’oro. Gli sembrò di perdere la vista, ma subito affiorarono altri organi visivi, capaci di scrutare più nitidamente.

  In silenzio arrivarono al protiro.

      – Ora percorri il portico, senza voltarti, camminando in senso orario – disse Gabriele. – Io seguirò la direzione opposta. Il loggiato è rettangolare: se l’armonia vorrà, ci incontreremo nel giusto mezzo.

  Jean s’incamminò. Un prodigioso senso di quiete lo spingeva a fidarsi senza paura, tutta la santa grazia del Creato scendeva in lui dalla sommità della volta cranica. Un meraviglioso ventaglio di luce raggiava sull’atrio della basilica.

  Arrivarono insieme all’estremità opposta al protiro. Gabriele sorrise, fece sedere Jean e gli si mise accanto.

      – Siamo benvoluti – disse. – Guarda laggiù. Cosa vedi?

      – La vasca per le abluzioni. Tu eri lì.

      – E tu? Dov’eri tu?

  Blaise ci pensò a lungo.

      – L’ho dimenticato – rispose incredulo. – Dimmelo.

      – Devi cercare di ricordare da solo. La rivelazione è luce che getta ombra.

      – La luce della rivelazione è un astro per gli illuminati. Un po’ di ombra è un compromesso accettabile al cospetto della miseria umana.

      – La miseria degli uomini è destinata a perdurare in eterno. Solo un vero eroe può liberarli. Il vero eroe non prega dio, poiché è dio. E dio, in ultima istanza, è certamente tutte le cose, ma molte cose non hanno nulla a che vedere con lui.

      – Tu mi confondi! Perché ti ho incontrato? Prima dov’ero?

  Una nube coprì il Sole. L’atrio della basilica si scurì di colpo, il porticato fu attraversato da un’aria gelida che Jean patì soprattutto nelle ginocchia.

  Gabriele si alzò:

      – Andiamo dentro al cantaro, solo lì saremo protetti – disse.

      – Entriamo nella basilica.

      – È vietato – rispose Gabriele, e gli mise un braccio attorno alla spalla. – Ho un annuncio per te – rivelò.

  Arrivarono alla vasca per le abluzioni. Jean vi entrò. L’acqua era calda.

      – Tu non sei più lontano da dio di noi – disse Gabriele. – Gli siamo vicini tutti. Ma tu hai orrende, pietose le mani.

  Jean lo fissava. Si bagnò il capo.

      – La tua esistenza è costellata di simboli, come quella di ognuno – continuò l’altro. – Ma il tuo contorno è sempre stato scuro. Come hai afferrato la vita? Tradendo la tua più intima essenza. Ebbene, Jean, chiunque altro avrebbe già riconosciuto la sostanza del sogno, ma tu sei ancora convinto che la basilica sia reale. Ecco l’annuncio: Lilith è pregna del tuo soffio. È fecondata.

  Rintoccarono sette colpi di campana, ma privi del ritmo, asimmetrici. Jean non riuscì a tollerarli e si attorcigliò nella vasca coprendosi le orecchie. Quando ripiombò il silenzio, gridò:

      – Io ho solo immaginato di unirmi a lei!

      – La mancanza di discernimento genera turpitudine.

      – Non era reale!

      – Lilith aspetta un figlio da te.

  Jean scoppiò a piangere, cercò di uscire dal cantaro ma Gabriele glielo impedì.

      – Ti prego, io non sapevo che era vero!

      – Nessuno ti perdonerà per questo.

  Gabriele lo spinse sott’acqua premendogli lo sterno con la mano sinistra. Jean non riusciva a liberarsi. La spada entrò nelle sue viscere. Il dolore non aveva limiti. Era gelido. Ogni nervo del volto ruppe gli argini dell’epidermide.

  La pietà fuggì dagli occhi di Gabriele come da una terra appestata. Tutto il suo sguardo era pervaso da un’ira colma di consapevolezza, la quale rendeva più atroce il mistero della punizione che infliggeva. Affondò ancora la spada nella carne di Jean.

  La vasca era piena di sangue.

“Annunciazione”, Leonardo Da Vinci, 1472 ca. Gli Uffizi, Firenze.

Estratto dal capitolo diciassettesimo de “Il dio osceno”, (2013) – di Giovanni Schiavone.

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