Categorie
Giovanni Schiavone Giuseppe Zigaina Pier Paolo Pasolini Poetry Torino Vladimir Majakovskij

Copricapo di Ostie

a Giuseppe Zigaina

 

I

 

Pur non sapendo contare, so che sarò l’ultimo.

 

Il sole tiene unite le mie carni

come un copricapo di ostie

applicato al midollo,

ma la pelle evapora già

nel ritorno da un accademico meretricio.

 

Il Nulla ostile marca a fuoco la vita.

E io attraverso l’immenso porcile

che è la piazza vietata ai ditirambi.

 

Mancando il legame tra icona e reazione,

partorisco una semiologia iconoclasta.

Dove già fui senz’anima

tornerò per morire e vivere,

poiché sempre intravidi lo Scopo

celarsi dietro fabbriche di stracci,

e gridare come Logos gridò chiedendo perché.

 

 

II

 

L’irrecuperabile irregolarità dei verbi più usati,

come andare, bere, essere, vedere e crocifiggere,

e la caduta in disuso dei pronomi più ambigui,

come egli e esso,

trasformarono questa civiltà in una

esperienza inutile al divino,

sicché il divino dovrà resettarsi.

Pare che il mancato censimento

dei copiosi esempi

comporti il cedimento d’ogni inconscio

e la decomposizione della collettività.

 

Ma un ragazzo che ne sa se il suolo che calpesta

diverrà nel futuro uno scagnozzo del destino?

Dopo, quando si ha un ruolo,

si commissionano ricerche

e si scopre che la vita è mitologia:

un magnifico mantra d’aurea complessità.

 

A me lo Zingaro aprì gli occhi

coi polpastrelli giganti della sua unica mano:

mi diede un vero motivo per squarciare la vita

e la certezza che bisogna morire.

 

Io: diviso, aperto, concavo, con gli organi esposti

– per lo più i digerenti – e il volto immondo.

Loro: vedranno solo un mediatico resoconto,

la perizia dell’arcata dentale,

lo strazio verecondo della madre e del padre,

la striata cupezza della sorella, pittrice con molto talento.

Soprattutto, nella facciale deformazione della moglie

spieranno l’oltraggio e avranno conferma.

 

 

III

 

Il metro per valutare l’eroe

è il grado di clamoroso silenzio che sa mantenere

anche quando s’avventura fuori,

e fuori dal corpo gli portano i reni

e nella vescica gli versano aceto

e dentro all’uretra gli mettono ferri.

 

Ma io, che al Dubbio ho eretto un simulacro,

sto indagando il rapporto, certo

pornografico, tra Nulla e Sacro.

Il Sacro, in fondo, cosa muta?

Quand’anche il Sacro fosse vero,

al Nulla lo scalfisce?

Quand’anche dio ogni culto approvi

e sia vera ogni dottrina,

e santi i santi per davvero, e in paradiso

tutti quanti credano nel Sacro,

al Nulla in fondo lo scalfisce?

 

Dove sorgono gli aborti

non esistono parti politici né eleggono

assessori, non si curano delle scuole

e della ferrovia.

Del nostro osceno mondo,

che è pornografia,

neppure si domandano

i filosofemi da scartare.

 

E io, che al Dubbio ho eretto un simulacro,

rido di ogni Lodate dio che sistemate

tra gli occhi varicosi dei preti.

I martiri – quelli veri – acconsentirono a gocciolare

nelle fessure dei cimiteri in baraccopoli di vetri

– poiché là sono le fessure del cosmo.

 

 

IV

 

La taurina capitale dell’insolvenza

celebra da sempre sabba sotterranei.

Stanco dei conseguenti mal di testa,

proposi, con fare accademico,

la nascita di una catottrica dell’invisibile.

Ma, poiché ancora non avevo la laurea,

finsero che fossi muto.

Così decretai, nemmanco fossi Isaia,

l’attuazione di quella drammatica taumaturgia

che la mia anima, da sempre cosciente di ogni futuro,

proprio all’inizio voleva evitarmi,

la gravidanza di mia madre contorcendo.

 

I cardi demonici e i decumani mi compongono.

Pure, sempre ne rifuggo,

preferendo la verde provincia alla nera città.

Nella piazza vietata ai ditirambi

ebbi la folgorazione sulla necessità

di tradire i miei archetipi.

Durò qualche anno la convinzione.

 

Ora tutto è mutato.

Bandisco la Gloria da ogni

faccia della Terra.

Il messaggio sfavillante è disteso dappertutto

sotto lirici drappeggi

che sto intessendo in solitudine.

 

Tuttavia, esistono delle soggettive

oggettivazioni – che emanano dall’abitudine –

attraverso le quali l’idea della cosa pubblica

diviene gradita, e sono:

tutto il mondo conosciuto e anche quello ignorato,

come se il senso della mia venuta quaggiù

sia la possibilità di spargere il seme

su un imprecisato numero di visi.

 

Ecco perché occorre tacerne:

è come camminare su budelli di maiale:

da una parte il Nulla, dall’altra pure.

E tu, solo, aggrappato allo scempio

della materia brutale ridotta a sanguinaccio,

per redimere l’oltraggio

– e devi crederci disperatamente –

della vita.

 

Torino, 9 giugno 2006



Fotografia del 29 settembre 2007

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...