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L’orgia asciutta

  Ovunque c’è quell’odore della donna, quell’odore irrefutabile del corpo della donna. E tutti, in questa città dannata, stiamo là a inebriarci e a desiderare di venire dentro bocche supplicanti e sopra seni grossi come grappoli d’uva, risplendenti di pioggia in una mattina di qualche Meridione immaginifico. Stiamo là, in club squallidi, imbottiti di cautele e protezioni, e pensiamo a tutto il seme che non ci lascia in pace e resta nella cattività dei nostri corpi anestetizzati.

  E noi vorremmo averti intera ma mettiti in modo che non ti si veda la faccia, perché non c’interessa sapere quant’abisso c’è dentro i tuoi occhi, quante volte sei scesa nel grembo del mostro, sei andata a cercare una ragione per stare al mondo che non sia la generazione di altra carne.

  C’è un’orgia incessante in questa città dell’Impero, l’orgia globale, cannibale, premasticata negli incontri virtuali, quel mare senza densità che ha unito parti dell’orbe terracqueo che dovevano restare disunite. Non può essere, eppure ogni giorno si evolve, sotto il nostro sguardo attonito e rintronato, il miracolo alla rovescia del contatto digitale fra lebbrosi forse infettivi.

  L’orgia asciutta ha avuto da poco inizio, secondo le abitudini di questa parte d’Impero. Si balla nei locali, a distanza di sicurezza. La musica è alta, la luce è intermittente. Continuiamo a domandarci quanto sia grande la forza oscura che ci spinge a replicare una tragedia sempre identica. Ci si parla da lontano, la bocca coperta per la paura di emettere o assorbire i germi di una virulenza irreparabile. Però le lingue, dopo, di nascosto, si mangiano a vicenda, sperandosi immuni al Vasto Contagio.

  Noi abbiamo necessità d’un’amata che sappia guidarci e dirci: «Né io posso farti tutte le domande, né tu puoi darmi tutte le risposte». E allora la supplicheremmo: «Perdonaci per ciò che di lontano da te c’è in noi e nelle nostre azioni». E non penseremmo più alla colpa di dio. Non penseremmo più alla nostra.

  Ecco: vogliamo sentire il tuo odore, baciare il tuo odore e vogliamo che attorcigli le cosce attorno al nostro capo e ci chiudi le orecchie e ci tieni in esilio dal mondo, e vogliamo che la tua pancia si riempia del miraggio d’un figlio. Vorremmo una bambina, a essere onesti, perché i maschi soffrono troppo. Vogliamo una bimba aggraziata e bella – proprio come te – e che sappia scegliere un uomo forte e giusto, generoso e buono, capace di lottare e di vincere le avversità. Un uomo diverso da noi. Poiché noi siamo deboli, siamo un urlo che cammina, soffocato. E in verità non crediamo più che qualcuno meriti di essere padre – che è quanto di più naturale si sappia immaginare, quanto di più facile da meritare.

  E così rimaniamo in disparte, perché è finito il tempo di essere espressionisti, di esprimerci attraverso l’esibizione del membro e del seme sul volto e sul corpo di una donna e dichiarare: «Lei ha voluto il nostro DNA. Lei ci considera sopraelevati». Rimaniamo nella contemplazione atonale d’un nulla lucente prossimo a venire.

  E questo è tutto. Non resta niente.

Egon Schiele, “L’abbraccio” (1917)

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