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Giovanni Schiavone Poetry Torino

Scala di Costole

Poiché si spezza, infine, la fune,

del lungo cavallo in tassidermia.

 

Quanto è sacra questa vita che indosso?

Chi, se urlassi, guarderebbe i miei occhi?

 

I

 

Costui dal quale emanò un figlio

ha una camminata lampeggiante,

voce virile, abiti costosi.

Io, che sono sfatto più d’Atlante

dopo la caduta del globo,

lo osservo, dietro la roccaforte

degli occhiali, e immagino il suo sonno:

soddisfatto, innocente,

e terribilmente futile.

 

«Ha l’ora?», chiedo.

Le sette, pare.

Ma non gli vibra nella voce l’eco dell’enigma.

Vibra, dallo stomaco disfatto, la digestione.

 

Tentenna il bimbo come un clown di ciniglia.

Stringe al padre le dita inanellate,

un pulcino di rossore avvolto.

 

Tintinnano le posate familiari

a cinque miglia da quaggiù, e mia madre

senza dubbio si domanda dov’io giaccia.

Ma tu ignori cosa è uscito dal tuo ventre!

 

Ancora esiterò in quest’amalgama dolente,

e come l’Etna sarò generoso,

ai fotografi pirotecnico.

Cenate soli. Una Sindone per tovaglia.

Seppellite, genitori, chi nella carne

la vostra sembianza fa durare.

 

Non è questo il giogo d’Immortalità.

 

Io resto qua, su questa panchina sfregiata

da calligrafie di adolescenti.

 

II

 

E già colano le Muse

sul carnale immondezzaio.

Versa, Aquario!

Dona loro la fonte tua sacrale.

Esulta, mite paradigma,

ascolta le Muse ai tuoi figliocci ispirare

versi d’Assoluto foderati.

 

Io discendo la Scala di Costole

addobbata di specchi,

e in una tramortente scoperta inciampo:

che ho la spina dorsale simile all’equatore!

 

Chirurghi, accorrete! Bisturi in cielo!

Ecco l’uomo con la sfera per l’involucro.

 

III

 

Io, che sono sfatto come Admeto

senza Alcesti

– la Scaturigine mi vinse,

osanna sul dorso dei maiali –

m’inginocchio,

e nell’Ade dei giullari

cerco qualche grembo

ma per vaste lande: solo cimiteri.

 

Ci erigemmo per questo?

Per questo venne Prometeo?

Per questo venne Elláda a battezzarlo?

 

Da tremila anni esasperano

le briglie delle nostre cervella!

 

Come scimmie inneggiamo giulivi

sulle frattaglie di Samotracia.

Ma se persino Apollo è sceso in strada

per guadagnarsi il pane!

Da ogni parte gli vomitano mance

e della scintillante California

scimmiescano abbondanze.

 

IV

 

Randagio, ingurgito strade.

Finalmente, ecco un mucchio d’ossa da risuscitare:

un caffè lurido come un canile.

 

La barista pare uscita dalle feci d’un eunuco.

È giovane, è fresca. Crisantemi ha sulla fronte

e un rosario attorno al polso.

Già la piangono i suoi zii all’ombra dei cipressi.

 

Mi saluta, sorride, chiede cosa ordino.

Il suono della sua voce attorciglia

i labirinti delle mie viscere,

e sul banco inondo vomito.

 

Si dimena negli occhi dei clienti

un guazzabuglio di punti interrogativi.

Il mio viso vorrebbero gonfiare

e un sudario di lesioni darmi in dono.

 

Ma io, mentre m’asciugo la bava rilucente,

li rintrono con laringi arroventante:

 

«Voi esclusi!

Non sapete che la falda del ruscello

ispirò anche i parricidi?

Il suo scroscio non ha genesi

nella Pietra dell’Inizio?»

 

Rispondono, un Nilo di oscenità straripando.

Se si scrive nei vespasiani

si mutano più coscienze!

 

«L’ignoranza,

che le viscere vostre sta inverminendo,

e sull’anima addenta cibi precotti,

tenterò di colpire, ed essa cadrà.

Di sangue e vergogna è la mia scimitarra,

forgiata all’Inferno da fabbri caprini.

Voi siete bestemmia, ma come evitarla?

Voi siete bestemmia, ma come evitarla?»

 

2004

 

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