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E dio era solo di rado atrofizzato

  C’era questa cosa del dolore, soprattutto del dolore che incontrava il conflitto, e io continuavo a domandarmi quale fosse il conflitto e quale fosse l’incrocio di strade su cui ero finito a gattonare – a portare sulle ginocchia tutte le sbucciature dell’asfalto e ad avere le pietruzze sottopelle, sotto la pelle delle ginocchia –, a domandarmi insomma perché desiderassi così tanto fallire e non essere felice, quali e quanti traumi avessi dentro le scapole della memoria, e da quando, e perché fossi sempre insoddisfatto e disperato.

  Era in ogni caso una faccenda rivoluzionaria che il gusto estetico prendesse il sopravvento sulla vita segreta delle cose, e ora che mi ritrovavo, sulla soglia dei trentadue anni, di nuovo da solo, fuggivo dalla pena immaginando ciò che sin da bambino avevo sempre immaginato, e forse da prima, ovvero che io fossi il protagonista del film di tutti, il protagonista della vita di tutti, e che ogni parte del mondo ruotasse sull’asse della mia vita, ed era per questa assurda motivazione che il titanico tentativo di dare un gusto estetico alle cose fagocitava l’importanza delle cose stesse.

  Una speculazione della carne e sulla carne e attraverso la carne era arrivata senza lasciare cicatrici durature – l’ossimoro era evidente, s’intende (le cicatrici durano per sempre nonostante l’avvento del regno della chirurgia plastica) –, così come era arrivato il 25 gennaio del 2015 e nessuno poteva negarlo, anche se io avevo pubblicato un romanzo che negava i calendari, smascherava il Tempo, diceva che il Tempo esiste ma solo in senso assoluto e non relativo – e questo, concorderete con me, è l’esatto contrario di ciò che i mistici e i maestri spirituali insegnano. Era sempre una faccenda rivoluzionaria che fossero presenti sia una vasta serie sia una serie meno vasta di danni neurologici e cranici – con riferimento alle ossa – derivanti dalla presenza sottocorticale di una coscienza espansa.

  Ecco dunque che un pochino si sapeva svelare questa cosa del conflitto che incontrava il dolore, perché era il conflitto fra la realtà e la realtà fissata dapprima nel cervello e poi nell’anima, per mezzo dei collegamenti ghiandolari che, seppure poco visibili, sempre erano attivi e solo di rado atrofizzati in modo irreversibile. Perché, in fondo, dio era solo di rado atrofizzato, e ogni cosa che fosse fatta della materia divina era imperitura, anche i minerali rimasti congelati nelle ghiacciaie dell’inferno. Avrei detto che il conflitto era fra ciò che è concretamente vero, ossia vero per dio, e ciò che è vero per gli uomini, ossia tutto eccetto dio.

  Il conflitto diveniva quindi puramente divino, una volta effettuate le traslazioni sinaptiche necessarie a trasformare il petrolio in acquasanta. Mi stava dentro al cervello, dio, ma sapevo che poteva andarsene in ogni secondo, a suo piacimento, così come poteva procurarmi dei malanni o dei soldi con cui fare viaggi in tutti i paesi più caldi. Io non capivo il ventiquattro per cento delle cose del mondo e il tremilaseicento per cento delle cose del cosmo, perché il cosmo superava l’Unità. Con i miei occhi, estesi come un agglomerato di galassie non euclidee, facilmente vedevo che l’universo era più ampio di dio, poiché era destinato a diventarne la tomba, data ovvia la banale necessità che il contenitore sia più grande del contenuto – anche se, a pensarci bene, questo non è il caso del cranio: è il cervello più grande del teschio.

  Solo che io ero stanco di somigliare ad Amleto.

  C’era questa cosa del dolore che incontrava il conflitto, questa cosa che risaliva all’adolescenza, un’impressione mutuata da un’errata traduzione o meglio da un’errata scrittura del ricordo – l’impressione che cambiava la realtà su cui quell’impressione si basava –, un rovesciamento iconico fra realtà e realtà ricordata.

  Nulla era vero, il 25 gennaio del 2015, alle ore 19:11, nemmeno l’antifurto che suonava senza tregua sotto casa, alla periferia dell’Impero.

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