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Giovanni Schiavone Il libro del pianto Literature Lutto Madre Racconti Romanzi Torino

Astana, Torino

  Capita che i palazzi liberty di Torino escano fuori dalla tela della percezione e divengano concreti. Capita che gli stucchi sulle facciate e i vasi dietro ai vetri s’accendano come fiori pirotecnici. Sembrano lunghe promesse adolescenziali, meritano dolori reiterati.

  Dall’onirico ho contratto il virus delle illusioni, la certezza dell’eternità, la voce gloriosa e le mani oblunghe.

  Ho vissuto incurante delle paralisi altrui, delle cicatrici sull’andatura dei miei simili. Ero pronto a dare loro abissi di siepi dorate, impossibili, rovesciati, immuni alla forza di gravità. Ma non sapevano leggere, decifrarmi. Che la vita lasciasse l’epidermide intatta, soltanto questo chiedevano.

  Ero così maneggevole, un tempo, come un rosario di legno d’ebano. La mia maestà portava ogni creatura a un macello fragile, silenzioso. Forgiavo una mortalità prematura – riempivo di lacrime la nazione.

  Questa mattina ero sul tram alla fermata di piazza Statuto. Una donna è salita di corsa – il respiro stanco, abbattuto. Non somigliava a mia madre, era meno bella e priva di grazia; eppure, scorgendola, ho pensato: “Telefonale, da un po’ non la chiami”.

  Ormai sono tre anni che Lei non conosce il domani.

  Io sono Astana, una capitale ridondante. Colleziono giuramenti ammutinati. Sono la Storia folgorante, congelata nei grattacieli.

  Spesso mi sveglio soltanto per precipitare in un sonno nuovo, con meno veli. Non c’è mitologia nella tirannia della pace, nella fine del naufragio.

  Sono un bosco di querce, ora. Un obelisco fra i tronchi. Cammino come un dio randagio.

 

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