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Che cosa fossi?

  Che cosa fossi me sarente altrove dalli sensi? Che cosa fossi s’altro fossi e diverso sostanziando un altro uomo me parando, uomo vero innalzando?

  Che cosa fossi s’jo avessi lo coraggio del turpume? Che cosa per davvero, che cosa ora indago, cosa fossi me sarente alieno dal timore di compiere ‘l talento? Che cosa fossi se a stellare lo mio ente fosse altro stellamento?

  Che cosa foste me capendo vo’altri senz’assordo? Ché se aveste la potenza d’accogliere potenza, e io fossi sovversivo nel midollo della scienza, s’jo avessi ‘l carismare d’esser etere nell’are, voi forse mutereste ogn’acino d’essenza.

  Che cosa vi pare io debba esitare se invero avanguardo, ché ho l’occhia assai vaste e più estese de’ mari che l’eden riverba? Ma ‘l verseggiare è vacuo nel cardo minando le ossa mie scevre di carne non marcia. E civita sacra del toro, Gerusalemme novella e verginale gemenza, capo del mondo futuro, toresca fortezza inespressa, i tuo’ cardi calpesto poetando d’Orrore acquattato. Limesca favella, priva di luce, eppure vicina a fonti e a coppe di vita divina, com’utero letto a la Giuseppe semenza, ventre mariano, di giovane sposa in germe di madre, che chiuse nel bujo ‘l pianto del sorgivo messia: ‘l verseggiare è vacuo come l’occhio d’un morto che la terra l’assorba.

  Che la terra v’assorba, cherubini incerati, e la terra davvero digerisca la terra. E voi non capite sareste più veri se solo capiste che dio è capovolto? Voi non capite sareste più veri se solo capiste che dio è capovolto? Voi non capite che dio è capovolto?

  Che cosa se lo scimmiesco corteo smetteste d’un tratto fulmineo? Se voi non mutate, io mi sento elevato su vette d’argilla, e inganno e inflaziono lo genio malingue; ‘l vostro dialetto sciancato è del Samuele conato, come ‘l cane vermoso che langue dal retto artropodi molli.

  Che cosa fossi la pena bramando e al contempo fuggendo, ché ambiguo è ‘l’che ‘l mondo sottende, simile al Nulla preggente gli dèi, e ambigua adunque è scelta d’eroe, profeta mendace epperò benedetto?

  Son io benedetto?

  Che cosa dall’Ora sputò lo demiurgo ‘n quel tempo d’astri d’Aquario io nacqui? Diss’Egli: “è bene lui nacqua”?, diss’Egli: “nutra la Luna”? Ma a me era inviso lo nascimento, quel tempo nej’astri d’Aquario, e urlava mia madre, lo squarcio vitale straziato da giorni, e io che quasi cadavere nacqui.

  Com’ogni altra creatura del mondo.

  Dove infatti sentite vagire? Dove l’eco dell’Urlo scorre fiumesca ‘n qualche vivo qu’attorno? Io non scorgo che immobile linfa, e stagna e venerea nell’arterie quaggiù: e quel che voi chiamate vita, per me ha nome algore.

  L’abisso vortigina ovunque, io prodeo larvato fra piazze follesche, e tengo le occhia rivolte nel basso, e temo e verseggio me muto tacente, più muto che il santo decolle – è quello! è quello! –, più tacescente di Salomè, la bocca serrata da mano battista, ché sennò s’ode l’orgasmo di lei.

  Mais je ne suis pas Jean Blaise, oui, je ne suis pas moi-même! Je voudrais réserver une chambre dans les temples de l’éternité. L’eternità della santissima santità dei santi padri ch’era un fenomeno sì cangiante – oh, sì! –, la santità dei santi padri è un fenomeno cangiante, e un’avanguardia non può che irridere il marxismo ed esser certo reazionaria. E se qualcuno vuol schierarsi contro il Futurismo, io son qua a dirgli che Majakovskij inneggiava al Soviet.

  Che cosa fossi se altrove da me foss’altro per fine?

  Che cosa fossi se avessi respinto l’attacco e non sottoterra avessi sepolto lo specchio?

  Che cosa fossi se ‘l ventre del mostro ov’io mi nascondo mai avessi scorto oltre ‘l muro laggiù?

Torino, 24 giugno 2008

f - t

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