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Giovanni Schiavone Poetry Racconti

Erano una patria distante come una preghiera

  Contro l’abisso sbatteva la luce. La luce era il terrore dell’abisso. L’esercito della luce prese a esercitare il dominio – e la luce fu fatta arrogante. L’abisso divenne la vittima. Contro l’abisso rideva la luce.

  Io non sapevo cosa scegliere. Tu non sapevi dove sostare. Io non sapevo quale abisso tu non sapevi luccicare.

  La libertà si svegliava stanca mentre le tue mucose aperte mi respingevano perché le tue mucose aperte erano una patria distante come una preghiera pronunciata con lingue che venivano dal digiuno.

  Non avevo la forza di addormentarmi all’alba perché l’alba era una lusinga larga, perché l’alba era la nascita del nipote, perché forse non avrei avuto figli perché io non sapevo addormentarmi all’alba.

  Il tuo rosario era la graticola su cui ardevano i santi, il tuo rosario s’accendeva splendidamente, il tuo roseto era la rondine che baciò il Principe in quel punto dell’infanzia, il tuo roseto che bevevo strabiliando la memoria – era tempo di cantare e tu invece ti tacevi.

  Se il paradiso era la luce, io non avevo arpe con cui arginare la luce. Ma in principio stavo con i vinti, con l’abisso; ma in principio era vinta la luce. Ma in principio non c’era che luce.

  L’esercito non aveva posti vacanti o albe imminenti. Il calendario aveva pagine strappate. L’orologio, ore mutile. L’abisso: vangelo apocrifo dei miei apostoli stanchi.

gs_milan

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